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Le cose importanti fanno poco rumore

Le cose importanti fanno poco rumore

da le Riflessioni
(G. Matino – La Repubblica – 15/8/26)

 

C’è sempre un bambino capace di rallentare
il mondo. Si ferma davanti a una conchiglia
come se fosse un tesoro. Raccoglie un sasso
levigato dal mare e lo osserva come un archeologo davanti a una scoperta. Insegue una farfalla.
Guarda una nuvola cambiare forma. Si perde
dietro il volo di un gabbiano. Accanto a lui c’è
quasi sempre un adulto che sorride con tenerezza e dice: «Dai, si fa tardi». Il bambino riprende a camminare. L’adulto continua il suo cammino. Ma, senza accorgersene, è il bambino ad avere visto molto di più.

Forse diventare adulti non significa soltanto crescere. Qualche volta significa smettere
di guardare.
Nelle ultime settimane abbiamo provato a
interrogarci sul desiderio e sul coraggio di sostare.
Oggi quel cammino ci conduce ancora più in
profondità. Perché il desiderio ha bisogno di un
orizzonte, la sosta ha bisogno di un tempo, ma
entrambi muoiono se perdono lo sguardo. È lo
sguardo che restituisce significato alle cose. È lo
sguardo che impedisce alla vita di diventare
abitudine. Viviamo nell’epoca delle immagini. Mai l’umanità ha visto tanto quanto oggi. Scorriamo migliaia di fotografie. Attraversiamo continenti con un telefono. Assistiamo in tempo reale a guerre, naufragi, carestie, trionfi sportivi,
conquiste scientifiche. I nostri occhi non sono mai stati così occupati. Eppure non è detto che
abbiano mai guardato così poco. Vedere non è
guardare. Osservare non è contemplare.
Conoscere non è comprendere. Possiamo
attraversare il mondo senza incontrarlo davvero.
Possiamo vivere accanto a una persona senza
accorgerci della sua solitudine. Possiamo ascoltare una risposta senza avere mai sentito la domanda.
Forse la tragedia più silenziosa del nostro tempo
non è l’eccesso di immagini. È l’abitudine.
L’abitudine è una benedizione quando ci aiuta a
vivere. Diventa una prigione quando ci impedisce di meravigliarci. È lei che trasforma il tramonto in uno sfondo, il volto di chi amiamo in una presenza scontata, il pane quotidiano in un gesto automatico, la pace in un diritto acquisito, la guerra in una notizia come le altre. Non è il mondo ad avere perso bellezza. Siamo noi che abbiamo smesso di concedergli attenzione. Ci commuoviamo, quando ci commuoviamo, davanti a ciò che è straordinario e passiamo accanto ai miracoli feriali senza riconoscerli. Un padre cheaspetta il figlio fuori da scuola. Due anziani che camminano tenendosi per mano. Un infermiere che, prima di uscire da una stanza, si volta ancora una volta verso il malato. Una maestra che si accorge del silenzio di un bambino. Sono scene minuscole. Eppure è lì che l’umanità continuaostinatamente a salvarsi.

Forse abbiamo confusol’eccezionale con l’importante. Le cose davvero
importanti fanno poco rumore. Non cercano il
centro della scena. Aspettano soltanto qualcuno
disposto ad accorgersene. Anche l’estate, forse,
serve a questo. Non soltanto a riposare gli occhi,
ma a liberarli dalla fretta. A scoprire che la vita non è fatta soltanto di grandi avvenimenti, ma di
piccole rivelazioni quotidiane che chiedono
soltanto attenzione. C’è una parola che abbiamo
quasi dimenticato: contemplare. Non significa
fuggire dal mondo. Significa restargli davanti
abbastanza a lungo da lasciarsi cambiare. Perché
non si ama davvero ciò che semplicemente si vede.
Si ama soltanto ciò a cui si concede attenzione. È
forse questa la lezione più grande che
continuiamo a ricevere dai bambini. Non
guardano il mondo come se lo conoscessero già.
Lo guardano come se ogni cosa fosse la prima. Per loro una conchiglia non è una conchiglia qualsiasi.
È una scoperta. Una pozzanghera diventa un
mare. Un tramonto non è la fine del giorno, ma un mistero da inseguire con gli occhi. Noi, invece, rischiamo di perdere il dono più prezioso: la capacità di lasciarci sorprendere da ciò che abbiamo davanti ogni giorno. Eppure la vitacontinua ostinatamente a offrirci motivi per
meravigliarci. Un gesto di gentilezza. Una parola
di perdono. Un volto che torna a sorridere. Un
albero che continua a fare ombra anche a chi non lo guarda. La vita non ha smesso di parlarci. Forse siamo noi che abbiamo smesso di ascoltarla con gli occhi.
Per questo il futuro non apparterrà a chi avrà visto più cose. Apparterrà a chi avrà conservato occhi capaci di meravigliarsi ancora.