A dodici anni dalla tragedia, “Il ragazzo dai pantaloni rosa” è ora su Netflix
Andrea Spezzacatena si tolse la vita, a 15 anni, il 20 novembre 2012, dopo essere stato vittima di pesanti prese in giro e crudeltà a scuola, al liceo scientifico Cavour di Roma. I compagni di classe avevano creato anche una pagina Facebook per deriderlo. A dodici anni da questa tragedia è uscito al cinema il film “Il ragazzo dai pantaloni rosa” che ha riacceso il dibattito su bullismo e cyberbullismo portando sotto i riflettori Claudia Pandolfi, attrice protagonista e acclamatissima per la sua interpretazione del ruolo della madre del ragazzo nel quale s’è calata con anima e corpo. Da qualche settimana chi non ha ancora visto la pellicola può recuperarne la visione sulla piattaforma Netflix per usufruire di un prodotto eccellente dal fortissimo impatto emotivo ma dal valore didattico elevato. È una storia raccontata con infinita dolcezza e delicatezza che mostra eventi realmente verificatisi e che, già all’epoca, mobilitarono studenti di tutt’Italia. La gravità dell’accaduto fu enorme, il dolore di Teresa Manes, mamma del giovanissimo suicida, fu incommensurabile ma la donna, da allora, si adoperò affinché ciò che successe al piccolo Andrea non capitasse più a nessuno. Diretto da Margherita Ferri, e uscito nelle sale lo scorso 7 novembre, il film sta conquistando sempre più l’attenzione del pubblico ed è ora meritevole di essere proiettato in tutte le scuole di ogni ordine e grado per far capire quanto male si possa fare agli altri con gesti sciocchi e crudeli ma anche per spingere chi è vittima di tali nefandezze a urlare a squarciagola il proprio disagio, a chiedere aiuto e soccorso perché la vergogna devono provarla i carnefici e non le vittime. Ognuno ha il diritto e il dovere di essere ed esprimere liberamente se stesso senza che nessun preconcetto, seppur secolare e ancor radicato, rappresenti una limitazione. Edito da Graus Edizioni, esiste anche un libro che ripercorre la tragica storia di Andrea, con il successivo calvario mediatico e giudiziario. “Scelse di lasciare dondolare il suo ultimo pensiero, senza peso. Legando il suo collo a una sciarpa; l’altro nodo stretto a una scala. Nessuna condanna, nessuna spiegazione, nessuna pena espressa”, si legge tra le pagine del volume, scritte dalla signora Manes. Solo tale gesto, così freddo, deciso e silenzioso, dovrebbe indurre chiunque a capire quanto grande fossero il dolore, il disagio e la sofferenza di un ragazzino martoriato e bersagliato dai compagni, fisici e virtuali, per aver messo dei pantaloni divenuti rosa dopo un lavaggio errato in lavatrice e che stavano, probabilmente, aiutanto Andrea a scoprire se stesso, la sua identità e la sua persona che, a quella giovanissima età, è tutta in via di formazione, scoperta e affermazione.
Articolo a cura
di Francesco Di Somma